EDITORIALE. La maledizione degli ippodromi e dei casinò italiani

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Dopo i casinò anche gli ippodromi italiani sembra siano stati colpiti da una strana maledizione. Capannele, Agnano, Favorita sono alcuni nomi noti di ippodromi a rischio default. Come per le case da gioco, quella dell’ippica sembrerebbe una crisi annunciata arrivata al punto di non ritorno, con le scommesse in calo desolante.

Eppure ogni anno il settore del gioco d’azzardo legale italiano fattura circa 88 miliardi di euro lordi a cui vanno sottratte le vincite e le tasse. Metà però arriva dalle slot machine: il numero di persone che le usano è cresciuto del 191% tra il 2005 e oggi. Il contributo dei casinò invece è molto più ridotto. Solo il 2% del mercato del gioco d’azzardo italiano è dato dai casinò. Mentre negli altri paesi europei le case da gioco contribuiscono in media al 15% dei mercati locali. Stesso discorso per l’ippica che ha assistito alla caduta libera delle scommesse, registrando una diminuzione del 70% negli ultimi cinque anni.
Una situazione senza precedenti. Insomma nonostante gli italiani siano un popolo di giocatori, i luoghi destinati al gioco e alle scommesse stanno fallendo e chiudendo uno dopo l’altro, inesorabilmente.
La situazione non è ancora chiara, il palinsesto del mondo ippico ha rischiato e rischia tutt’ora la chiusura di 43 ippodromi e il lavoro di oltre 50 mila dipendenti del settore.

Certo chi detesta le corse dei cavalli e le considera uno sfruttamento forsennato accoglie con sollievo le notizie allarmanti che provengono dall’ippica italiana. Chi invece lavora nel settore, e non è un numero di persone trascurabile, o semplicemente chi ha una sana passione per questo sport non può rassegnarsi al triste epilogo di una storia infinita, che ha apportato in alcuni momenti orgoglio e prestigio all’intero Paese. Sta di fatto che negli ultimi anni si è assistito alla chiusura di grandi strutture che hanno fatto la storia del gioco e dell’ippica in Italia; storie di persone, di chi ha perso il proprio lavoro, di chi si è ribellato a un sistema censorio e restrittivo, di chi ha cercato di protestare urlando contro la disattenzione di politici e amministratori. Storie di casse svuotate e conti in rosso per milioni di euro, di Comuni diventati fantasma, basti pensare a Campione.. “Campione rischia di non avere un candidato sindaco alle prossime comunali. Senza le entrate del casinò non si può redigere un bilancio” chiosava solo qualche giorno fa Salmoiraghi, l’ex sindaco della città italiana in terra svizzera fallita assieme alla storica casa da gioco. Stessa sorte è toccata al Saint-Vincent Resort & Casino, che si è visto costretto ad avviare una procedura di licenziamento collettivo per 264 dei suoi 648 dipendenti. Ne è seguito che 7 assessori regionali su 8 della Valle d’Aosta, proprietaria del 99% del casinò fino ad oggi importante risorsa economica per il territorio, si siano dimessi sotto le pressioni di molti esponenti di tutti i raggruppamenti politici. Maggioranza compresa.

In un clima di fallimenti, licenziamenti, chiusure, si cercano cause e colpevoli. Per gli esperti del settore sembrerebbe che “da quando il MiPAAF si occupa direttamente di ippica, non si rileva iniziativa a favore del settore, né di gestione ordinaria né di rilancio. Le corse italiane, prodotte da un ‘settore ippico’, nonostante tutto, da decenni stabilmente ai vertici mondiali per la competenza dei propri uomini e la qualità dei propri cavalli, non sono valorizzate nel “mercato estero” con conseguente perdita di risorse.
I risultati di questa assenza di gestione sono sotto gli occhi di tutti. La drammatica contrazione delle dimensioni del settore dal 2009 ad oggi, a causa della riduzione di giornate di corse (da 2.493 a 1.500) del montepremi (da 218 milioni a 97), dei corrispettivi per ippodromi (da 110 milioni a 57), ha provocato, ogni giorno, la chiusura di aziende, la perdita di posti di lavoro, la riduzione drammatica del numero dei puledri nati e la fuoriuscita di tantissimi cavalli dal settore ippico.
Se si procederà con i tagli gli ippodromi non saranno più nelle condizioni di garantire l’apertura degli impianti”. Insomma, troppi tagli e poche idee innovative! Unica nota positiva nell’intero panorama si conferma l’ippodromo milanese di San Siro, diventato vero e proprio contenitore culturale grazie a un’incisiva strategia di marketing tanto da candidarsi come nuovo distretto della design week milanese.

E i casinò invece? Perchè stanno chiudono?

Secondo Fabio La Rosa e Antonio Sorci dell’università di Enna, autori del saggio Il gioco d’azzardo in Italia(2016), il mercato del gioco d’azzardo è in crescita mentre quello dei casinò è in crisi perché mentre il numero di punti-gioco con le slot machine e i videopoker è aumentato, i casinò non solo non sono aumentati ma non sono neanche cambiati, restando accessibili solo a chi ha la disponibilità economica di spostarsi fino ai quattro esistenti, che si trovano tutti in zone periferiche del paese. Secondo Pietro Conca invece, ex direttore di Saint-Vincent Resort & Casino e del Casinò di Sanremo, non sono stati in grado di trasformarsi e mantenere la fama di luoghi prestigiosi e mondani che avevano in passato, come invece hanno fatto i casinò di altri paesi europei, tra cui quelli sloveni, frequentati anche da molti italiani.

Insomma, il Bel Paese rimane sempre cristallizzato nel tempo e nella storia, ancorato a un passato che diventa sempre più zavorra, senza accorgersi che il resto del mondo è proiettato verso il futuro.

Denny Pellegrino

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