Gioco d’azzardo: in Italia ci sono più slot machine che posti letto in ospedale e le mafie incrementano i propri affari.

39 0

In Italia ci sono più slot machine che posti letto in ospedale. Questa la fotografia di un paese in cui la mafia prospera anche grazie al gioco d’azzardo: quello delle scommesse è un settore dal fatturato in crescita ma costi altissimi per la collettività. Nel 2016 il settore del gioco d’azzardo ha fatturato 96 miliardi di euro, ma nelle tasche degli italiani quello che si registra è una perdita netta di 19 miliardi. Nonostante gli anni di crisi economica, nell’ultimo decennio gli italiani che si sono rivolti al mercato delle scommesse hanno perso 180 miliardi di euro.

“Attraverso la pubblicità le persone vengono stimolate a giocare non a caso, si vendono 3.600 gratta e vinci al minuto – ha spiegato Filippo Torrigiani, consulente della Commissione parlamentare antimafia, curatore del dossier ‘Gioco sporco, sporco gioco. L’azzardo secondo le mafie’ – Ci sono circa 400 mila macchinette nel nostro Paese, più dei posti letto a disposizione nei nostri ospedali, che si aggirano tra i 230 mila e i 260 mila”.

A guadagnarci dal gioco d’azzardo sono sicuramente le mafie permettendo loro di riciclare enormi quantità di denaro sporco, fare affari e rinforzare la propria presenza sui territori.

Dati alla mano, la legalizzazione del gioco, non ha eliminato gli interessi delle mafie. I clan riescono facilmente a ‘fare sistema’ tenendo insieme legale e illegale. Le indagini giudiziarie hanno messo in evidenza come negli ultimi tempi si registri un interesse prevalente, da parte delle associazioni criminali, per il gioco online e per il settore degli apparecchi da intrattenimento, le cosiddette ‘macchinette’. Le indagini giudiziarie sulle infiltrazioni mafiose nel settore dell’azzardo parlano chiaro: le mafie stanno investendo in modo sempre più massiccio e capillare in questo business, che permette di riciclare enormi quantità di denaro sporco, fare affari e rinforzare la propria presenza sui territori.  Ad esempio, “Tra il 2012 e il 2013 – ricorda il senatore Stefano Vaccari, componente della Commissione parlamentare antimafia – l’indagine ‘Rischiatutto‘ della direzione distrettuale antimafia di Napoli e l’indagine Black Monkey della Dda di Bologna, hanno messo in luce chiaramente queste capacità: il reimpiego e il riciclaggio attuato dal clan Schiavone in rami di impresa in vario modo collegati al gioco, operando massicci investimenti nel territorio di Caserta e in Emilia Romagna, oppure tramite l’escalation economica di Nicola Femia che ha preso il via dalla provincia di Ravenna attraverso l’abusiva raccolta del gioco online impiegando siti web illegali, ovvero con la disseminazione di apparecchi truccati e dislocati in tutta la Regione”. Nel dossier emerge come “Le organizzazioni criminali sono riuscite a entrare nell’azzardo non solo perché girano un sacco di soldi, ma perché la normativa, dal 2003 ad oggi presenta molte falle, nelle quali le mafie hanno saputo inserirsi e adattarsi in modo tale che la loro presenza non fosse notata o, addirittura, legalizzata attraverso prestanome”. Anche per questo dal mondo dell’associazionismo arriva forte l’appello a far presto una legge che regolamenti il fenomeno nel suo complesso e che preveda misure mirate per ostacolare la presenza delle organizzazioni mafiose nel settore del gioco d’azzardo.

Secondo le ultime stime, il mercato globale del gioco d’azzardo, a fine 2016, si è attestato su un valore di circa 470 miliardi di dollari, corrispondente alle riserve finanziarie di alcune super potenze mondiali, come pure al fatturato di aziende globali il cui organico supera gli 80 mila dipendenti. Irrefrenabile l’evoluzione del gioco online. Nel luglio del 2015 sono stati ben 5.436 “i siti di scommesse non autorizzati, e quindi oscurati da Agenzia dei monopoli e delle dogane. L’ultimo aggiornamento in merito datato novembre 2016, chiarisce che ad oggi i siti di gioco che confluiscono nella ‘black list’ dell’Agenzia risultano essere 6.205.

Ma non c’è solo il mondo “clandestino”: nella vastità delle scommesse autorizzate e normate dallo Stato, “le mafie hanno dimostrato attiva solerzia, soprattutto attraverso la pratica di match fixing che è la capacità di determinare e quindi alterare l’esito parziale o finale dei risultati degli avvenimenti sportivi, soprattutto mediante la compravendita dell’agire e dell’infedeltà degli atleti, e comunque la complicità di alcuni”. I concessionari sono tenuti, in linea prioritaria, a specifici obblighi di trasparenza nonché di tracciabilità e identificazione per importi di vincita avvenuti su rete fisica superiori a 1.000 euro, a tutela dell’interesse generale, dell’ordine pubblico e dei giocatori, ma “se i flussi di gioco si inseriscono al di fuori del circuito legale e autorizzatorio italiano – rileva il dossier – spesso vengono meno gli obblighi di identificazione e tracciabilità previsti nel perimetro nazionale”.

Cosa si può fare per evitare che accada ancora quanto detto? 

Secondo  Luciano Violante, ex presidente della Camera dei deputati “Serve un’attività pedagogica per contrastare il fenomeno dell’azzardo, che è l’unico mercato nel quale legale e illegale si intrecciano”.

E il Testo unico dello scorso 7 settembre della Conferenza unificata Stato – Regioni sul gioco che fine ha fatto? Ci sarebbe un motivo nel ritardo dell’emanazione del decreto applicativo dell’intesa raggiunta. Lo ha spiegato Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi: “I decreti applicativi devono essere la traduzione dell’accordo raggiunto in seno alla Conferenza unificata del 7 settembre, ma, mi chiedo, l’intesa regge? Se pensiamo a quello che sta avvenendo in Piemonte, si capisce che la situazione è ancora molto aperta”.

In Piemonte il 20 novembre è entrata in vigore una legge per il contrasto al gioco d’azzardo con regole più restrittive di quelle previste a livello nazionale dall’accordo, dove, ha precisato Baretta, “il compromesso è chiaro: le Regioni hanno chiesto di poter essere più severe in riferimento alla tutela della salute pubblica rispetto all’accordo e questo va bene. Ma c’è anche una tabella che prevede la riduzione delle slot: dove devono essere collocate lo slot lo decide la Regione, ma il numero deve essere rispettato. In Piemonte  – spiega Baretta – si è verificata una situazione che, a nostro avviso, va ben oltre il quadro definito dall’intesa. Ma l’accordo può essere applicato solo se tutti i contraenti lo condividono e ritengono di sostenerlo. Questa è la ragione del ritardo del decreto”. Insomma, ha prospettato il sottosegretario, “se le Regioni non armonizzano i loro provvedimenti con l’intesa di settembre, ci saranno delle difficoltà”.

La Redazione

 

Nessun commento

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *