“In Piemonte è cresciuta una classe di operatori di gioco che ha fatto della legalità la propria parola d’ordine”

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24.11.2017

Il Direttore del Centro studi AS.TRO, dott. Armando Iaccarino, avvia, con una serie di pubblicazioni, una riflessione a 360 gradi sullo stato attuale del settore modellata sulla possibile innovazione del modello che attualmente ne governa dinamiche ed equilibri.

La prima pubblicazione è dedicata al caso Piemonte, esempio eclatante della necessità di superare il conflitto tra Stato e Periferia sulla materia del gioco, ma soprattutto delle implicazioni nazionali di una scelta legislativa locale che, contrariamente a quello che si pensa, non esaurisce i suoi impatti nel perimetro di territorio a cui si applica.

Il caso Piemonte

“Il caso Piemonte- commenta Iaccarino- suggerisce l’avvio di una attenta riflessione – a 360 gradi – sul mondo del gioco, com’è e come si vorrebbe fosse. Una riflessione che possa contribuire a raffreddare gli animi e superare i toni da “crociata” che hanno troppo spesso caratterizzato gli ultimi mesi. Quello che serve credo sia fermarsi un attimo ad analizzare e capire il fenomeno per studiare il miglior modo di governarlo.
Premessa indispensabile per tentare di capire è storicizzare il fenomeno “gioco”, cioè ricostruire le tappe e le ragioni per cui oggi il mondo di cui parliamo si presenta in un modo, quello che abbiamo sotto gli occhi, piuttosto che in un altro. Parliamo, cioè, di come è avvenuta la “legalizzazione” del gioco con vincita in denaro e perché. Questo processo, che conta ormai circa quindici anni, costituisce la rappresentazione di un “progetto” che nasce nel 2003. Lo scenario dell’epoca era caratterizzato da un settore in cui, con la sola eccezione del Lotto e delle Lotterie Nazionali, erano presenti poche regole, spesso non rispettate, o addirittura nessuna. Il mondo insomma, del toto nero, del “picchetto” e dei videopoker, presenti, secondo quanto affermato nella Relazione conclusiva di un’apposita Commissione Parlamentare, su tutto il territorio nazionale, con circa 700.000 esemplari.

È da qui che parte un progetto di emersione e legalizzazione, portato avanti progressivamente negli anni, con l’obiettivo di:

  • realizzare un sistema di regole stringenti;
  • attribuire ad un’unica Autorità, l’Amministrazione dei Monopoli di Stato il ruolo di cabina di regia;
  • creare una categoria di operatori che si affrancasse dai comportamenti precedenti e dalle aree di contiguità con la criminalità organizzata nelle sue varie forme;
    – tutelare la buona fede dei cittadini, prevedendo tecnologie in grado di assicurare la regolarità di ogni tipo di gioco;
  • assicurare all’Erario una parte degli introiti derivanti dalle attività di gioco, in parte significativa fino a quel momento destinati ad alimentare le finanze di organizzazioni criminali, costruendo un’industria del gioco che avesse pari dignità con altri settori industriali del Paese.

Le gambe del “progetto” sono state individuate nella realizzazione di reti che consentissero il monitoraggio costante delle giocate, nel rispetto delle regole tecniche definite per ciascun gioco, nella previsione di modalità di controllo, anche da remoto, particolarmente capillari.
La strategia seguita non poteva non prevedere una progressiva estensione del sistema regolatorio a tutte le tipologie di gioco per le quali era presente una domanda ed una corrispondente offerta, ancorché borderline, oltre ad una costante opera di adeguamento delle tecnologie usate, sempre più destinate non solo a contrastare i fenomeni di illegalità, ma anche ad inserire forme di tutela per il cittadino giocatore.

Cosa ha funzionato e cosa non ha raggiunto l’obiettivo nell’attuazione del “progetto”?
è di assoluta necessità chiarire questo punto, perché i progetti possono essere abbandonati oppure modificati ed integrati, sulla base del consuntivo degli obiettivi raggiunti o mancati.

Senza dilungarmi eccessivamente sottolineerei come risultati positivi:

  1. la creazione di un’industria del “gioco” che è rapidamente entrata nella top ten dei settori industriali italiani;
  2. la realizzazione di un complesso ma efficace sistema di monitoraggio del “gioco” che fornisce una serie di dati senza precedenti sul fenomeno (la Legge di Stabilità del 2003, che ha dato il via al “progetto” prevedeva proprio la realizzazione di banche dati informatiche che registrassero ogni dato utile per l’analisi). In altri termini, nel perimetro del gioco legale ogni puntata viene registrata;
  3. la creazione di un sistema in cui la possibilità di vincita, anche se non frequente, è predefinita e non lasciata all’arbitrio del banco;
  4. la individuazione di una categoria di operatori del gioco censita, attraverso il sistema concessorio-autorizzatorio, e sottoposta a controlli ben più severi di altri settori, anche di pari delicatezza.

Cosa non è andato nel processo:

  1. un’espansione eccessiva dell’offerta di gioco, particolarmente visibile per le tipologie di gioco “fisico”, offerto cioè in negozi specializzati ed esercizi pubblici;
  2. un certo ritardo nell’affrontare il tema della dipendenza da gioco d’azzardo, soprattutto nella comunicazione dei rischi, nelle forme di prevenzione e negli interventi sulla pubblicità
  3. una fisiologica lentezza nell’affrontare alcuni temi direttamente legati alla tutela del giocatore, come, a tutolo d’esempio, l’introduzione di una “carta del giocatore” (o simili) e la previsione dell’obbligo di adottare strumenti di autolimitazione per specifiche tipologie di gioco.

Se questo è il quadro, bisogna interrogarsi sui rischi che si corrono decretando il fallimento del “progetto”. Perché a me sembra che le misure emanate dalla Regione Piemonte, e verso cui sono orientate altre Regioni, rappresentino la fine del “progetto” e l’introduzione di un regime “proibizionista”, così definito anche dal Sottosegretario Baretta. Cioè non si va verso misure correttive delle criticità registrate, ma verso un modello che, di fatto, restituisce il settore alla realtà ante 2003.

Sull’analisi delle singole misure e della loro efficacia tornerò in seguito. Ciò che mi preme sottolineare è che il giusto approccio di fronte a qualsiasi tematica sociale è conoscere il fenomeno e governarlo. Per conoscere il fenomeno sono indispensabili i dati e le informazioni che il lavoro fatto negli ultimi quindici anni ha messo a disposizione, in un flusso ormai costante. Espellere il gioco vuol dire prosciugare la fonte di queste informazioni. Ed in più, gli anni trascorsi hanno visto crescere una classe di operatori del gioco, legittimamente autorizzati, che ha fatto della legalità e della correttezza le proprie parole d’ordine, contrapponendosi a quelle aree grigie che sperano in un default della regolamentazione. Tornare indietro vuol dire premiare questi ultimi, colpendo chi ha creduto nello sviluppo del settore con piena dignità industriale”.

Scritto da redazione

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