Mons. D’Urso contro i politici che non s’impegnano nel contrasto dell’azzardo

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In prima fila contro la lotta al gioco d’azzardo patologico, mon. D’Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura “Giovanni Paolo II”, ha dichiarato: “La mole di gioco va espandendosi perché la gente è piena di debiti e senza lavoro, disperata, e così tenta la sorte. Purtroppo, le conseguenze del gioco d’azzardo di natura psicologica sono molto pesanti. Allora, mi chiedo: i politici sentono l’allarme su questo problema lanciato da medici e psicologi, dai volontari delle nostre Fondazioni? A me pare di no. Dobbiamo dire con forza che i politici che non s’impegnano nel contrasto dell’azzardo sono da condannare senza mezzi termini, perché si portano sulla coscienza il dramma di tante persone e delle loro famiglie. Così la disperazione si diffonde sempre di più”

Sul sito della Consulta nazionale antiusura (http://www.consultantiusura.it/news/204-mons-alberto-durso-papa-francesco-ci-chiede-di-cambiare-le-regole-del-gioco-il-discorso-a-economia-di-comunione-non-sia-ignorato-dal-governo-lazzardo-produce-poverta-e-scarti.html) mon. D’Urso ha più volte dichiarato: “Il profitto è fine a se stesso se non riconosce i diritti fondamentali della vita, della salute, della dignità e della libertà delle persone. Non è dell’uomo il profitto per pochi, ma il profitto è autenticamente umano quando genera il bene comune; invece ha dato la possibilità a qualche agenzia di scommesse di acquistare in America apparecchiature sofisticate per un valore di 4 miliardi e 700 milioni di euro.

Sono un milione i cittadini italiani che si sono ammalati a causa di tali macchinette. È un numero considerevole che non può guarire con le cure del buon samaritano. E i 94 miliardi di euro consumati nel 2016 nelle slot rovina-famiglie spiegano perché crescono a dismisura i poveri, i disoccupati e gli usurati, a favore di una ristretta cerchia di pochi che diventa sempre più ricca. Un cittadino di uno Stato moderno e civile  non merita di essere affidato alla “Dea bendata”, ma ha il diritto di sperare in un lavoro e un reddito dignitoso”.

La Redazione

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