Sul divieto di pubblicità gioco, Vavolo (Cgia Mestre): “Il settore ora è a rischio di perdita occupazionale”; Guggino (Iap): “la pubblicità può essere un forte strumento di educazione”

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Andrea Vavolo, ricercatore Cgia Mestre, invitato alla trasmissione Centocittà su Radiorai 1 ( http://cifonenews.it/sul-divieto-pubblicita-gioco-endrizzi-m5s-e-una-misura-etica-tronzano-ass-piemonte-stiamo-punendo-loccupazione/ ) ha così argomentato il divieto di pubblicità sul gioco contemplato dal decreto Dignità ed entrato ufficialmente in vigore oggi, 15 luglio: Abbiamo visto che il settore occupa circa 57mila addetti, e assicura alle casse dello Stato un gettito di 7 miliardi di euro, di cui un miliardo va fra Irpef e altri tributi che gravano sulle imprese, a cui si aggiungono 6 miliardi di Preu, la tassa specifica per questo settore. Se mancassero questi 7 miliardi, costerebbe 234 euro a famiglia. Il settore ora è a rischio di perdita occupazionale a causa di un’importante stretta fiscale iniziata dal 2016, ed è proseguita senza sosta, tutti gli anni, attraverso l’innalzamento dell’aliquota del Preu, recenti provvedimenti (legge di Bilancio, decreto Dignità, decreto sul reddito di cittadinanza) prevedono ulteriori, pesanti inasprimenti fino al 2023. Questo comporterà una riduzione dei margini del settore, di circa il 30 percento, con ripercussioni anche sul fronte occupazionale”.  

Sulla stessa linea di pensiero Vincenzo Guggino, segretario generale dell’Istituto di autodisciplina pubblicità (Iap): “Già dal 2012 avevamo una norma che regolamentava la pubblicità dei giochi e abbiamo ottenuto degli ottimi risultati in termini di trasparenza e chiarezza. Il primo risultato del divieto del Dl Dignità è quello di non avere uno strumento che consenta di riconoscere il gioco legale da quello non legale; non ci sarà una evidenza che il messaggio pubblicitario consente di avere. Secondo punto: in tutta Europa si continuerà a fare pubblicità, e l’Italia naturalmente non è un’isola, quindi ci saranno aziende all’estero che la faranno. Infine, la pubblicità può essere un forte strumento di educazione, sempre che abbia dei limiti. Piuttosto che un ‘total ban’, sarebbe stato meglio formare la pubblicità a dare dei messaggi positivi e anche informativi. Più si lascia all’oscuro su una cosa e meno si hanno strumenti per contrastarla”. 

La Redazione

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