Tutto iniziò con i dadi…Filosofia dell’azzardo.

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Tutto iniziò con i dadi….

Si narra che Eraclito ad Efeso giocasse a dadi con dei bambini anziché dedicarsi alla politica che, gli efesi gli chiedessero come mai e egli rispondesse che era meglio giocare a dadi con i bambini piuttosto che occuparsi di politica con loro. Questa immagine di Eraclito intento a giocare a dadi è rimasta nella storia della filosofia fino ad oggi. Nietzsche descriverà l’eterno ritorno come un insieme di lanci di dadi, di combinazioni possibili e di risultati di lanci che si ripetono. Tanto che ad un certo punto l’uomo stesso corrisponderà ad uno di quei lanci fortunati dal sapore eracliteo: “Da allora l’uomo è annoverato tra i più inaspettati e stimolanti lanci di dadi azzeccati dal “grande fanciullo” eracliteo, si chiami Zeus o caso ‒ desta per sé un interesse, una tensione, una speranza, quasi una certezza, come se con lui qualcosa si annunziasse, qualcosa si preparasse, come se l’uomo non fosse una meta, ma soltanto una via, un intermezzo, un ponte, una grande promessa”.

E ancora l’immagine del filosofo seduto ad un tavolo che gioca a dadi tornerà nell’opera di Deleuze e Guattari ‘Che cos’è la filosofia?’ in cui si afferma che il filosofo, lungi dall’essere un uomo immerso nel mondo della chiacchiera comune, si trova seduto ad un tavolo a parte e gioca a dadi. Questa immagine sembra suggerirci una sentenza di fatto: Eraclito come filosofo per eccellenza. Il filosofo si pone problemi, costruisce problemi. Ogni costruzione di un problema è come un lancio di dadi, ogni idea come soluzione di un problema impostato non è altro che un dado lanciato. Il dado è sia per Nietzshe sia per Deleuze il simbolo del caso. Esso rappresenta l’introduzione della nozione di caso nella filosofia rispetto ad una tradizione precedente che poggiava sulla nozione di necessità. Micheal Hardt nel suo scritto su Deleuze conferma che questo autore riprende l’immagine del lancio dei dadi da Nietzsche. Il lancio del dado secondo Deleuze segue due fasi: il lancio e la ricaduta. Il lancio è pura affermazione della possibilità e della molteplicità: quando un dado è lanciato, molto prima che si dia un risultato, tutto è ancora possibile. Deleuze spiega che il caso esclude l’arbitrio, il caso compie una selezione, il caso è l’estrazione da una serie. L’elemento estratto e il risultato del dado lanciato sono l’essere differenziato o l’evento oggetto della volontà di potenza. Ma dopo ogni risultato il dado viene rilanciato e così l’eterno ritorno diventa un solo lancio di dado indeterminato nel suo risultato e tutti gli eventi diventano uno solo: il grande caso oggetto dell’affermazione. Questo è l’amor fati: amare la vita vuol dire affermare l’evento in ogni cosa. Un solo evento compone tutto l’eterno ritorno, una sola espressione e un solo divenire.  Tutto questo sembrerebbe terribilmente affascinante se rimanesse puro pensiero filosofico nei testi di Deleuze e Nietzsche (http://www.filosofiablog.it/storia-filosofia/nietzsche-bergson-husserl-heidegger-deleuze-sul-divenire-eracliteo-6/). Oggi quel passare il tempo a giocare a dadi con i bimbi di Eraclito si è trasformato in attualità e cronaca, fatta di videopoker, casinò online, sale bingo, super enalotto e gratta-e-vinci: una fioritura di offerte per divertirsi, passatempi festosi, popolarissimi e a basso costo. Ad un certo punto nella storia l’immagine dei dadi, se pur bellissima è diventata crudele, così come racconta Marco Dotti in “Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana”. I dadi attraversano la nostra storia e civiltà: dalla tunica di Cristo, che i quattro soldati romani si giocarono subito dopo averlo crocifisso, lì ai suoi piedi, sino alla bomba di Nagasaki, sulla cui testata i soldati americani avevano disegnato due dadi dal lato in cui mostrano il sei, come se con quell’ ordigno al plutonio, infallibile produttrice di morte, si volesse sancire una vittoria al gioco. Ma c’ è dell’ altro: questi studi tirano in ballo anche categorie come casualità e calcolo, aspettative razionali e comportamenti irrazionali del giocatore che vive in una società dove il successo è spesso collegato all’ intraprendenza e al rischio. O semplicemente adrenalina, fuoco interiore, passione per il rischio, per il vincere o perdere o come sosteneva Baudelaire in Le Jeu “l’ uomo che gioca è preda di un ‘fervore’, quasi una ‘febbre infernale’ che lo spinge verso l’ abisso che ha di fronte”.

In fondo “Non c’ è voluttà senza vertigine”, scrive Anatole France, che racconta la storia di due marinai appena scampati a un naufragio che si mettono a giocare a dadi sul dorso della balena dove avevano trovato riparo. Superstiti, appena strappati alla morte, eccoli lì a giocare: “Cosa c’ è di più terribile del gioco? Dà, prende; le sue logiche non sono affatto logiche. È muto, cieco e sordo. Può tutto. È un Dio. È un Dio. Ha dei devoti e dei santi”.

D. Pellegrino

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