Verona, prete giocava ad azzardo con le offerte dei parrocchiani

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Verona – Il gioco d’azzardo patologico ha colpito di nuovo un membro del clero. Lui è Don Giuseppe, parroco di San Giovanni Battista in Tomba Extra e ha dovuto abbandonare la sua chiesa per sottoporsi a delle cure. Molti fedeli erano già a conoscenza del suo disturbo che lo faceva interessare così assiduamente al danaro.“Il vescovo mi ha chiamato per chiedermi di fare un nuovo servizio nella parrocchia di Verona. Come ho servito la Chiesa in questa parrocchia per una decina di anni, ora lo farò nell’ambito lavorativo”. Questo era il saluto di Don Giuseppe fatto ai fedeli della chiesa di San Michele Extra di Verona. I parrocchiani lo descrivevano come un “prete tanto amato ma che aveva un unico vizio: quello di chiedere denaro a tutti, ad anziani e pensionati”. La voce del fatto che Don Giuseppe fosse affetto da ludopatia si è fatta sempre più insistente fino a quando non è intervenuta la Curia.

La Curia interviene

La Curia circa quattordici mesi fa era costretta a fare un intervento per far trasferire il prete che era sulla bocca di tutti al Centro Diocesano di Spiritualità San Fidenzio. Dopodiché, Don Giuseppe è stato portato in terapia in un centro specializzato per guarire dal gioco d’azzardo patologico nella provincia di Milano.

Aveva speso più di 900 mila euro alle slot machine

I parrocchiani fanno riferimento a delle somme notevoli: chi sostiene che il prete gli abbia “derubato” 900 mila euro, chi dice che continuava a chiedere soldi in prestito e chi afferma che il prete gli deve restituire tutta una pensione. Sembra che Don Giuseppe abbia cominciato a chiedere prestiti dal 2014, e tutti sapevano che i soldi servissero a celare il disturbo che ormai aveva preso il sopravvento. I parrocchiani sostengono di essere stati avvicinati con la scusa di offerte per la comunità, di acconti per sostenere le famiglie bisognose o per lavori da fare in chiesa. Ora, sono tanti i fedeli della Parrocchia di San Giovanni Battista in Tomba Extra che si rivolgono alla Curia per chiedere indietro la refurtiva.

Katia Di Luna

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