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D’Angelo (Sapar): “Per anni considerati un problema, oggi gli apparecchi da intrattenimento mostrano il loro valore culturale”

Per molto tempo il comparto degli apparecchi da puro intrattenimento è stato osservato con diffidenza, sottoposto a limiti e controlli molto severi. Un approccio nato con l’obiettivo di arginare eventuali usi impropri delle macchine e di prevenire fenomeni di gioco illegale o situazioni irregolari. Oggi, però, diversi segnali provenienti dal mondo culturale, dal sistema giudiziario e dall’evoluzione della società stanno mettendo in discussione quella impostazione, sempre più lontana dalla realtà attuale.

Le ultime settimane hanno portato due esempi molto significativi. Da un lato, la grande iniziativa organizzata da Netflix al Circo Massimo per il lancio della nuova serie animata di Zerocalcare, “Due spicci”, che ha trasformato uno dei luoghi più iconici di Roma in una enorme arcade all’aperto. Ventimila persone hanno potuto cimentarsi con cabinati storici, videogiochi retrò, postazioni interattive e calciobalilla, in un evento che ha valorizzato l’immaginario arcade come fenomeno pop, culturale e generazionale.

Dall’altro lato, negli stessi giorni, è arrivata una decisione della Corte di Cassazione che ha ribadito un principio importante: gli apparecchi da intrattenimento privi di vincite in denaro non possono essere equiparati alle macchine da gioco con premi monetari e, per questa tipologia, non è necessario il nulla osta preventivo previsto per altre forme di gioco. La Suprema Corte ha richiamato anche i principi europei sulla libera prestazione dei servizi, sottolineando che imporre autorizzazioni preventive a videogiochi leciti e senza vincite economiche comporta una restrizione non giustificata. Una pronuncia destinata ad avere effetti rilevanti nel dibattito regolatorio del settore.

Di questo scenario parliamo con Sergio D’Angelo, presidente di Sapar, l’associazione che rappresenta le imprese attive nel comparto degli apparecchi da intrattenimento, in un’intervista rilasciata a Jamma pochi giorni dopo la missione a Bruxelles, dove l’associazione ha svolto una serie di incontri per sensibilizzare le istituzioni sulle criticità del settore.

Presidente D’Angelo, nelle ultime settimane il comparto degli apparecchi da puro intrattenimento è tornato sotto i riflettori. Come legge quanto sta accadendo?

“Da anni sosteniamo che gli apparecchi da puro intrattenimento vengano giudicati con criteri sbagliati. Oggi anche la magistratura sta confermando ciò che il settore denuncia da tempo. Non si possono applicare norme pensate per il gioco con vincita in denaro a videogiochi, cabinati e dispositivi che non hanno nulla a che fare con l’azzardo”.

Da dove nasce, secondo lei, la difficoltà nel distinguere tra apparecchi da intrattenimento e gioco con vincita?

“Per molto tempo si è guardato a qualunque apparecchio elettronico per l’intrattenimento come a un potenziale rischio. È stato costruito un sistema di controlli e obblighi partendo dall’idea che questi strumenti potessero facilmente diventare veicoli di gioco illegale. Ma la realtà ha preso un’altra direzione. Oggi il mondo arcade, il retrogaming e gli apparecchi da puro svago sono parte del patrimonio culturale, strumenti educativi e presenze centrali in fiere, eventi e manifestazioni. Continuare a considerarli un problema significa ignorare la trasformazione di un intero settore”.

Le recenti iniziative culturali e le decisioni dei giudici sembrano muoversi nella stessa direzione. Cosa sta accadendo al comparto del coin-op?

“Da una parte ci sono grandi player internazionali che investono milioni per ricreare l’atmosfera delle sale arcade e usare i cabinati come simboli culturali in grado di coinvolgere il pubblico. Dall’altra, chi lavora ogni giorno con questi apparecchi continua a operare in un contesto normativo incerto, spesso costruito per finalità del tutto diverse. È una contraddizione evidente”.

In sostanza, quello che per anni è stato visto come un settore da sorvegliare oggi viene riconosciuto sempre più spesso come un universo di intrattenimento, cultura e socialità. E proprio per questo, conclude D’Angelo, serve finalmente un quadro regolatorio coerente con la realtà.

U. Cifone

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