Il bingo italiano si avvia verso un passaggio decisivo. Dopo anni di proroghe “tecniche”, rincari dei canoni concessori, misure emergenziali e un intreccio di contenziosi amministrativi, gli operatori attendono ora una riforma davvero strutturale. L’intervento dovrà arrivare prima della futura procedura di gara per le concessioni, perché non si tratterà soltanto di rinnovare le licenze: al centro c’è la necessità di ripensare l’intero modello, sia sul piano economico sia su quello tecnologico.
L’impianto attuale continua infatti a fare riferimento al D.M. n. 29 del 2000, un impianto nato per sale fisiche tradizionali e per una gestione in prevalenza analogica. Nel tempo, il quadro normativo è stato aggiornato soprattutto tramite proroghe e ulteriori oneri finanziari, senza però una revisione complessiva e coerente delle regole.
A partire dal 2013, il legislatore ha progressivamente delineato un regime sempre più gravoso per i concessionari. Con la legge n. 147/2013, poi con la legge n. 208/2015 e infine con la legge n. 205/2017, il settore ha assistito a un aumento graduale dei canoni di proroga, fino a raggiungere circa 7.500 euro mensili per sala. In parallelo sono stati introdotti ulteriori requisiti e garanzie economiche, oltre a vincoli di natura territoriale.
La fase più difficile è arrivata con la pandemia, che ha ulteriormente messo sotto pressione le casse delle sale. Nel 2020, il Governo ha disposto la sospensione delle attività legate al bingo insieme a quelle di sale giochi, scommesse e casinò, prevedendo un’esenzione temporanea dal versamento del canone durante i periodi di chiusura. Una misura utile nell’immediato, ma che non ha eliminato le criticità strutturali già presenti.
In questo contesto, gli operatori chiedono una riforma capace di dare stabilità al settore e di consentire un rilancio sostenibile, anche attraverso un aggiornamento del sistema e delle modalità di gestione, in linea con l’evoluzione tecnologica e con le nuove esigenze del mercato.
U. Cifone