Internet point: pc utilizzati per gioco online. E’ illegale? La Cassazione rimette alla pubblica udienza.

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Data “la particolare rilevanza della questione di diritto”, la Cassazione  rimette alla pubblica udienza, con il rinvio a nuovo ruolo, la causa che vede opposti il titolare di un internet point e l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, in relazione ad una sentenza del 2015 della Corte di appello di Milano che ha confermato la sanzione amministrativa di 124mila euro per gioco illegale. Un nodo da sciogliere non facile per i giudici. Così come si legge nell’ordinanza interlocutoria: “Oggetto di decisione è, dunque, la questione se la sanzione amministrativa stabilita dall’art. 110, comma 9 f-ter, R.D. 18 giugno 1931, n. 773 – Tulps, sia riferibile a chi, come supposto dalla Corte d’Appello di Milano, installa o comunque consente l’uso in luoghi pubblici o aperti al pubblico o in circoli ed associazioni (nella specie, un internet point) di computer che abbiano una connessione internet, mediante la quale i clienti possano accedere al gioco online, sulla base di login e conti personali; o se invece, agli effetti della citata disposizione, costituisce apparecchio videoterminale soltanto l’apparecchio da intrattenimento di cui all’art. 110, comma 6, lettera b, Tulps, da collegare alla rete telematica del sistema di gioco, non rispondente alle caratteristiche e alle prescrizioni ivi indicate”. La vicenda che ha visto coinvolto il titolare di un internet point risale al 2013 quando “a seguito del controllo eseguito da funzionari dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, nel corso del quale è stata riscontrata la presenza di otto apparecchi videoterminali accesi e funzionanti, che consentivano di effettuare giochi online, non ottemperanti alle prescrizioni dell’art. 110, comma 6, lettera b) Tulps”, fu ordinata una sanzione per violazione dell’art. 110, comma 9, lettera c) e lettera f- ter Tulps. Il titolare dell’internet point nel ricorso ha messo in evidenza che le macchine in questione sono dei normali pc connessi a internet, e che i clienti eventualmente per giocare utilizzavano dei propri account muniti di password personale.  Il Tribunale di Milano, con sentenza del novembre 2014, aveva accolto parzialmente l’opposizione. L’Agenzia delle dogane e dei monopoli poi ha proposto gravame dinanzi alla Corte di appello di Milano, accolto con la sentenza del marzo 2016. 
La Cassazione ha ritenuto che “la particolare rilevanza della questione di diritto sulla quale la Corte deve pronunciare renda opportuna la trattazione in pubblica udienza”.

La Redazione

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